Definizione
s. f.
1 l'insieme delle facoltà intellettive che permettono all'uomo di conoscere la realtà, di pensare e di giudicare (spesso in contrapposizione a corpo o a cuore): affaticare, riposare la mente; mente sana in corpo sano; ragionare con la mente e non col cuore | a mente fresca, riposata, quando è pienamente efficiente, ricca di energie dopo il riposo | a mente lucida, quando non è stanca ed è sgombra di pensieri e preoccupazioni | malato di mente, chi presenta alterazioni delle facoltà mentali
2 la sede in cui l'attività del pensiero ha luogo; testa, capo: che cosa ti salta in mente?; non mi passa neppure per la mente, non ci penso affatto
3 particolare attitudine, inclinazione mentale: avere una mente riflessiva, speculativa, calcolatrice
4 intelligenza, capacità intellettiva: mente acuta, ottusa; ristrettezza di mente | uscire di mente perdere la ragione, uscire di senno
5 il pensiero, l'attenzione: essere altrove con la mente; applicare la mente a qualcosa, rivolgerle l'attenzione; fare mente locale, accentrare il proprio pensiero intorno a un dato argomento, a una data cosa | volontà, proposito, intenzione: avere in mente una cosa, avere intenzione di farla; mettersi, ficcarsi in mente di fare qualcosa, ostinarsi nel volerla fare; levarsi qualcosa dalla mente, dissuadersi da un proposito
6 memoria: imparare, sapere, dire a mente; tenere a mente, ricordare; tornare alla mente, a mente, in mente, di cosa che si era dimenticata; mi è uscito, passato, scappato, di mente, me ne sono dimenticato
7 il complesso delle idee, delle cognizioni di una persona; anche, la persona stessa fornita di determinate qualità: educare la mente; le più belle menti del secolo; è una mente geniale, bislacca | il braccio e la mente, chi esegue materialmente un'impresa e chi la organizza e dirige.
Riprendo da qui, con questo nuovo post, il discorso sull'agnosticismo per chiarire il mio punto di vista e, soprattutto, perchè ritengo che l'argomento necessiti di uno spazio proprio. Innanzitutto devo precisare che ritengo la posizione agnostica frutto di un sistema di pensiero che ha dignità razionale e che è vicina all'ateismo pur mantenendo, rispetto ad esso, distinzioni catastrofiche: dignità che -per ovvi motivi- non vedo nella scelta di chi riconosce un fine esistenziale che ha come presupposto la sottomissione dell'uomo alla divinità. L'uaar stessa accoglie al suo interno sia atei che agnostici e la vicinanza delle due visioni è innegabile, tuttavia ci fu un periodo all'interno dell'associazione in cui la parte più intransigente dei suoi membri accese una discussione serrata circa la possibilità di eliminare una "a" dall'acronimo: io non ero daccordo all'epoca e non lo sarei nemmeno adesso, perchè mi dispiacerebbe vedere privata l'associazione di una sua ricchezza, di un patrimonio importante e, fortunatamente, l'associazione a tutt'oggi continua dritta per la sua strada senza sterzate integraliste: rinunciare alla componente agnostica significava, dal mio punto di vista, fare a meno di un ingrediente per niente trascurabile ma, soprattutto, perdere di vista al proprio interno il valore laico di quell'unione, diventando noi stessi intolleranti: che senso aveva lasciar fuori persone che, pur avendo una visione diversa delle cose, mostrava di essere convergente sui temi per noi importanti, ai quali dava lo stesso peso avendone la nostra stessa percezione? Perchè tirare su dei muri puramente teorici, accademici, di principio? Io, questo, non lo potevo condividere. Ho fatto questa piccola premessa per dire che quello che io ora esprimero' sull'agnosticismo è (e ne sono consapevole), un giudizio di parte, il giudizio di un ateo che -per il fatto stesso di denunciarsi come "schierato", vuole disinnescare a priori qualunque volontà di polemica: è solo il punto di vista di un ateo sull'agnosticismo, niente più e niente meno, siamo tutti consapevoli delle differenze che ci sono tra le due condizioni ed io per primo vedo in queste differenze una risorsa. Nel discorso che si era sviluppato nell'altro post (in principio era il verbo), io ero intervenuto dicendo che secondo me l'agnosticismo è portatore di un dubbio 'insano', aggiungevo -poi- che il dubbo per essere giustificato deve essere ragionevole; facevo l'esempio delle casse nel magazzino per provare a spiegare il mio pensiero. Le risposte che ho ricevuto, in particolare da Roberta e da Amica85, rientrano esattamente nella logica agnostica, tutto sommato erano risposte prevedibili (prevedibili in senso stretto, qui intendo tutt'altro che "scontate"). Quelle risposte partono, però, da presupposti diversi dai miei, ed io ora vorrei provare a ragionare proprio su quelle diversità.
Qui sopra ho riportato alcune definizioni tratte dal dizionario affinchè dal loro raffronto si possa cogliere un particolare importante. Il dubbio come sistema di pensiero accetta la negazione radicale di tutta quell'esperienza conoscitiva basata sulla ragionevolezza, squalificando ideologicamente qualunque deduzione seppur logicamente plausibile: estremizzandone le conseguenze esso scadrebbe nel solipsismo, in quel "cogito ergo sum" cartesiano che non ha certezze al di fuori della sola, inequivocabile, percezione di sè. Il dubbio contingente, quello che non è soggetto a necessità causale, puo' trovare -invece- risoluzione per mezzo di evidenze e -cosa a me gradita-, senza indebitarsi con la trascendenza. Mettiamola così: il dubbio filosofico è ideologico ed accademico, il dubbio "delle scatole" è contingente ed empirico: il suo svolgimento si basa sull'osservazione, la sua risoluzione passa attraverso prove concrete, e in mancanza della prova principale utilizzerà il filtro della ragione basandosi su molteplici evidenze (nota interessante: evidenza è sinonimo anche di realtà). Ragionando su "dio", io capisco e (non) vedo alcune cose: 1 - capisco che dio non è necessario per spiegarmi l'esistente; 2 - Vedo che tutti gli organismi biologi sono temporalmente limitati; 3 - Vedo altre specie animali vivere e morire, come i miei simili 4 - capisco l'inutilità della mia esistenza eterna sotto forma di anima (anima che non vedo e che non è strumentalmente rilevabile) 5 - capisco la complessita della mente umana, i suoi stati d'animo e ritengo ragionevole il desiderio di non morire 6 - riesco quindi a spiegarmi il perchè dell'idea di dio, a quali bisogni umani va incontro 5 - Non vedo dio. Ora. è chiaro che non vedendo dio (e questo non mi sembra trascurabile), a fronte di tutti gli altri elementi ritengo -ragionevolmente- di poter concludere che dio non esiste; inoltre il non vederlo puo' solo confermare la mia ipotesi... d'altra parte come potrebbe verificarsi l'assurdo? Dovrei "vedere" dio per convincermi? Dire "ecco, vedi? Questo è dio, quindi non esiste". Io prendo atto solo della realtà, ed in questa realtà dio non esiste. E' un argomento razionale, una conclusione logica la mia. Si basa sulla realtà, e per me la realtà dei fatti ha la precedenza assoluta su qualunque concetto, anche il più alto che si possa esprimere. Quando Amica85 in un esempio mi dice che in una vecchia soffitta sente dire da due persone autorevoli esattamente l'opposto riguardo al contenuto della scatola, io capisco che lei parte con un approccio diverso dal mio: se come ho inteso io le due persone sono speculari a scienza e fede, a ragione ed emotività io non le metto sullo stesso piano, nemmeno per un attimo: lo stregone che si veste da carnevale e straparla da un altare basando le sue affermazioni sul nulla non ha -per me- la stessa dignità concettuale dello scienziato che mi spiega i fenomeni naturali, non puo' averla e per questo sono incline a risolvere il dubbio in suo favore, a dargli credito. Il concetto di dio è irrazionale, inoltre dio viene sempre collocato al di la dello spazio e del tempo, nel nulla, appunto. Non basterebbe solo questo a risolvere ogni dubbio? Per concludere io reputo l'agnosticismo lo stato larvale dell'ateismo, ma non è detto che evolva: capisco che l'ateismo richiede uno sforzo ed un impegno straordinari, accettarlo significa accettare il dramma dell'esistenza e prendere atto di tutte le sue conseguenze: l'agnostico si ferma prima, incapace di compiere un passo che ritiene avventato, forse per paura di saltare a conclusioni affrettate ma che in realtà sono solo la conseguenza logica, lo svolgimento di un'operazione di concetto impostata essenzialmente allo stesso modo.